Di Maio obbliga le multinazionali a pagare veri stipendi? Da Salvini arriva un appoggio totale. Smascherati la sinistra ed i sindacati che hanno consentito a questi banditi di fare affari sula pelle dei giovani e dei disoccupati

I due vice premier Luigi Di Maio (ministro del Lavoro) e Matteo Salvini (ministro dell'Interno - D) durante il giuramento del Governo al Quirinale, Roma, 1 giugno 2018. ANSA/ALESSANDRO DI MEO


Alla vigilia dell’incontro al ministero tra il vicepremier e le aziende (anche Deliveroo, JustEat e Glovo tra le altre), confronto tra l’ad dell’azienda di food delivery Cocco e il titolare di Lavoro e Sviluppo: “Ok alle tutele, ma non possiamo assumere tutti”. La replica: “Abbiamo il dovere di tutelare i ragazzi che lavorano in questo settore”. Salvini: “Sostegno totale”

Il governo si prepara al confronto con le aziende che usano i rider. Sperando che non diventi uno scontro frontale, come invece ha fatto capire per esempio l’amministratore delegato di Foodora Italia, Gianluca Cocco, che al Corriere della Sera ha detto che se fossero vere le anticipazioni del cosiddetto decreto dignità, si dovrebbe concludere “che il nuovo governo ha un solo obiettivo: fare in modo che le piattaforme digitali lascino l’Italia“. La risposta nel giro di poche ore arriva dal ministro del Lavoro Luigi Di Maio che rassicura Foodora che “nessuno vuole demonizzare” quelle attività, ma avverte che “non si accettano ricatti: i nostri giovani prima di tutto” perché sente “il dovere di tutelare i ragazzi che lavorano in questo settore: i riders oggi sono il simbolo di una generazione abbandonata dallo Stato”. Lunedì pomeriggio Di Maio inconterà i rappresentanti delle aziende: Deliveroo, JustEat, Glovo, Domino’s e anche Foodora. Nel frattempo incassa l’appoggio incondizionato di Matteo Salvini: “Do il mio totale sostegno a Di Maio che ha detto alle multinazionali che devono smettere di trattare lavoratori e lavoratrici come numeri da consumare”. Le parole di di Maio sono accolte subito da Cocco: “La tutela dei rider è la nostra priorità da sempre, insieme a quella di far crescere l’azienda. Lo abbiamo dimostrato con i fatti dal 2015, garantendo le tutele più elevate del settore. Credo che la migliore tutela per questi ragazzi sia quella di offrire un mercato del lavoro attivo e vivace, pieno di opportunità e con le tutele massime possibili”.

Le dichiarazioni del mattino al Corriere della Sera, in realtà, avevano avuto tonalità del tutto diverse. Il dirigente di Foodora, una dei big del settore del food delivery finito nel mirino del ministro del Lavoro, prefigura uno scenario di fuga dal Paese con il piano ipotizzato da Di Maio per aumentare i diritti dei rider: “Quella che filtra – ha detto al Corriere – è una demonizzazione della tecnologia che ha dell’incredibile, quasi medievale e in contraddizione con lo spirito modernista del Movimento 5 Stelle“. Secondo Cocco, il piano lanciato dal governo “ingessa la flessibilità, parte dal riconoscimento dell’attività dei rider come lavoro subordinato. Così gli operatori saranno costretti ad assumere tutti i collaboratori, chiuderanno i battenti e trionferà il sommerso“. Il dirigente di Foodora cita una ricerca condotta in collaborazione con l’Inps: “Solo il 10 per cento dei rider lo considera un lavoro stabile – ricorda – Il 50 per cento sono studenti, il 25 lo esercita come secondo lavoro e un altro 10 lo considera un’attività di transizione. La durata media è 4 mesi, non di più”.

Cocco sottolinea anche che “la consegna del cibo a domicilio vale oggi in Italia 450 milioni di euro, azzerarlo sarebbe un errore tragico. Ne soffrirebbero per primi i ristoranti“. Sul piano delle tutele, l’amministratore delegato sostiene che Foodora “non ha problemi a sostituire il pagamento a consegna con altre forme come il minimo garantito, la paga oraria oppure sistemi misti con base oraria più parte variabili”. E sulla possibilità di alzare la paga dice: “Oggi un nostro fattorino guadagna 5 euro per ciascuna consegna e in un’ora ne può fare anche tre. In busta paga gli entrano 3,60 euro, il resto è contribuzione Inps e Inail. Se ne può discutere rispettando però la sostenibilità del conto economico delle nostre aziende”.

Da qui la risposta di Di Maio che dice di voler “dichiarare guerra al precariato”. “Lo stato continuo di precarietà e incertezza dei giovani italiani – spiega su facebook – sta disgregando la nostra società. Sta facendo impennare il consumo di psicofarmaci. E facendo calare la crescita demografica. La mia intenzione è garantire da un lato le condizioni migliori per i lavoratori, dall’altro consentire alle aziende di operare con profitto per creare nuovo lavoro”.